• M.R.G.C®(Global Rehabilitation method with Horse)

    M.R.G.C®(Global Rehabilitation method with Horse)

    Oggi si assiste ad una sempre maggiore presenza del cavallo in ambito terapeutico e riabilitativo ma, purtroppo, esiste una quasi totale assenza di riferimenti, per coloro che vogliono sottoporsi a queste pratiche, che indichi quali siano oggettivamente gli operatori competenti e quali no e soprattutto esiste una grandissima confusione su ciò che realmente i termini “ippoterapia” e “riabilitazione equestre” stiano a significare. Questo fa sì che sul territorio esistano svariate realtà, ognuna diversa da un altra, e che si verifichi, paradossalmente, il mancato riconoscimento di quei centri che invece garantiscono standard di elevata qualità, sia sotto il profilo dei servizi erogati che delle strutture in cui vengono erogati.
    Nel 2015 si assiste in Italia alla comparsa delle Linee Guida per gli IAA (Interventi Assistiti con Animali), linee guida oggi acquisite da gran parte delle regioni italiane, fra cui l’Emilia Romagna, la Liguria ed altre. In tali linee guida si evince che gli IAA “hanno valenza terapeutica, riabilitativa, educativa e ludico-ricreativa e prevedono l’impiego di animali domestici”, includendo fra questi anche il cavallo; si afferma inoltre, che “tali interventi sono rivolti prevalentemente a persone con disturbi della sfera fisica, neuromotoria, mentale e psichica, dipendenti da qualunque causa, ma possono essere indirizzati anche ad individui sani.” All’interno di tali linee guida si parla soltanto di riabilitazione equestre e viene affermato che tale pratica richiede l’intervento del cavallo e rientra fra i TAA (Terapie Assistite con Animali). Al Capitolo 4 si afferma che le TAA prevedono l’impiego di un’ equipe multidisciplinare, diversificata in base agli ambiti e obiettivi dell’intervento, nonché esigenze del paziente/utente, ed in particolar modo la presenza di un “Responsabile di Progetto” e di un “Referente di Progetto”. Il primo “coordina l’équipe nella definizione degli obiettivi del progetto, delle relative modalità di attuazione e valutazione degli esiti. E’ un medico specialista o uno psicologo-psicoterapeuta” ed il secondo “prende in carico la persona durante la seduta ai fini del raggiungimento degli obiettivi del progetto. Il responsabile di progetto, per tale ruolo, individua un’idonea figura professionale dell’Area sanitaria di cui al D.I. 19/02/2009 o appartenente alle professioni sanitarie (ex Legge 43/2006 e D.M. 29/03/2001) e di documentata esperienza e competenza in relazione agli obiettivi del progetto stesso”. Più avanti si afferma che le linee guida prevedono un percorso formativo per tali figure costituito da un corso propedeutico ed un corso avanzato nei quali, oltre alle varie conoscenze sulle normative ed etologia dell’animale impiegato, i soggetti in questione “approfondiranno le conoscenze metodologiche atte a stabilire e gestire la corretta relazione del paziente/utente con la specie animale impiegata”. Accanto a queste due figure, appartenenti al mondo delle figure sanitarie, si evince la presenza del coadiutore del cavallo inteso come colui che si assume la “responsabilità della corretta gestione dell’animale ai fini dell’interazione, coerentemente con il contesto e gli obiettivi dell’Intervento; inoltre monitora lo stato di salute ed il benessere dell’animale impiegato, individuando i segnali di malessere (sia fisici che psichici), secondo i criteri stabiliti dal medico veterinario, applica metodi per la preparazione dell’animale all’interazione in un setting degli IAA in diversi ambiti terapeutici, educativi, di attività culturale e di socializzazione”. Più volte leggendo tali linee guida ho potuto notare che si parla sempre di relazione con l’animale impiegato, interazione e mediazione. Se con il termine mediazione si indica l’opera del mediatore (colui che mette in relazione due o più parti) e per interazione quella “relazione sociale generica tra due soggetti nel corso del quale ciascuno dei due modifica il proprio comportamento in relazione a quello dell’altro”, a mio avviso, gli IAA parlano nello specifico di una terapia mediata nella quale il soggetto con disabilità, o semplicemente con un disagio sociale, entra in relazione con un animale (in questo caso il cavallo) e che riguarda soprattutto l’aspetto emozionale, psichico e comportamentale del soggetto. Per quanto penso che l’aspetto emozionale e psichico sia di fondamentale importanza in qualunque processo riabilitativo e che influenzi l’iter riabilitativo ed i processi di apprendimento, anche motorio, penso anche che quando usiamo il termine neuromotorio ci riferiamo a tutti quegli stimoli nervosi (sensoriali quindi propriocettivi e tattili) in grado di provocare una risposta motoria, sia sotto forma di attività volontaria che come adattamento. Questo presuppone che in un iter riabilitativo finalizzato al raggiungimento di un obiettivo debbano essere somministrati degli stimoli ben determinati per ottenere una specifica risposta motoria; di conseguenza è necessario che tale iter preveda la presenza di un paziente/utente, un cavallo , un Terapista opportunamente formato che in virtù delle sue conoscenze e competenze decide quali stimoli è opportuno somministrare in base al caso in oggetto, ed uno Specialista del cavallo opportunamente formato che in virtù delle sue conoscenze e competenze traduce questi stimoli somministrandoli attraverso il moto del cavallo. E’ del tutto errato pensare al cavallo come qualcosa di miracoloso con il quale basta fare un giretto per modificare una realtà clinica. La situazione è ben più complessa , specifica ed articolata. Sappiamo bene che il quadro clinico ed i bisogni cambiano da paziente a paziente, possono essere molto diversi anche all’interno di uno stesso quadro diagnostico e, soprattutto, sono in continua modificazione e, adeguarsi a queste modificazioni per interagire col sistema neuromotorio al fine di migliorarne l’ efficienza, presuppone preparazione adeguata e conoscenza di questo specifico settore. Il cavallo, duole dirlo, va considerato come uno strumento da somministrare al paziente e che, partendo da una approfondita conoscenza della sua biomeccanica e neurofisiologia del movimento, va utilizzato in un modo piuttosto che in un altro in base all’obiettivo che si vuole raggiungere. Vanno, inoltre, considerati numerosi parametri come un’ adeguata andatura, il ritmo, i cicli movimento/minuto,le traiettorie e molto altro. Parlare in questi termini di valore terapeutico del cavallo presuppone inevitabilmente l’esistenza di caratteristiche oggettive del cavallo da somministrare e l’esistenza di bardature adeguate allo scopo. Gran parte delle informazioni citate fino a questo momento provengono da una realtà esistente in Italia ma, a mio avviso ancora troppo poco conosciuta, che è l’ A.N.I.R.E. (Associazione Nazionale Italiana Riabilitazione Equestre). Infatti nella seconda metà del ‘900 la Dott.ssa Daniele Nicolas Citterio parla per la prima volta di Ippoterapia in Italia, definisce il concetto di “Riabilitazione Equestre” e fonda, nel 1977, l’associazione di cui sopra. L’ A.N.I.R.E., ente riconosciuto con Decreto Presidenziale sulla Proposta del Ministero della Salute – 8 Luglio 1986, fonda il M.R.G.C. (Metodo Globale di Riabilitazione a Mezzo Cavallo) intesa come una “terapia del movimento che facilita la costruzione/ricostruzione di schemi senso-motori attraverso la somministrazione di stimoli adeguati, rispettando la progressione delle funzioni motorie attraverso le tappe dello sviluppo con intenzionalità, conoscenza dell’atto stesso e dei suoi scopi e relazionalità”. Il M.R.G.C. comprende tutte quelle pratiche che prevedono come finalità la “riabilitazione” usando come strumento terapeutico il “cavallo” in tutte le sue valenze ed in base alle richieste del caso. La somministrazione di Terapia a Mezzo Cavallo (T.M.C.) viene seguita e curata da un’ Equipe Multidisciplinare (Medici, Fisioterapisti, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, Terapisti della Riabilitazione Psichiatrica, Psicoterapeutici, Laureati in Scienze Motorie, Istruttori di Equitazione etc…ognuno impiegato nel proprio ambito specifico di intervento e in relazione alla disciplina di competenza). Tale equipe è costituita da personale con titolo A.N.I.R.E. Ci tengo a precisare che in Italia non esiste la figura professionale dell’ Ippoterapista, bensì delle figure professionali, già qualificate, che aggiungono, alle competenze già acquisite, la conoscenza di un nuovo strumento da poter utilizzare a fini riabilitativi, ognuno nell’ambito del proprio campo di interesse. Quindi somministrare il cavallo vuol dire provocare sul soggetto degli stimoli sensoriali (propriocettivi e tattili) finalizzati all’ottenimento di una risposta motoria (volontaria o di adattamento) che diventi poi efficace e, se ripetuta in maniera adeguata, possa portare ad un processo di apprendimento. Ecco, quindi, che, alla luce di ciò, possiamo ridefinire il concetto di “Ippoterapia” in quanto quest’ultima riguarderà soltanto il settore strettamente sanitario della patologia e del grave, si rivolge a persone del tutto prive di autonomia, viene curata da personale strettamente sanitario (Fisioterapisti, psichiatri e neuropsichiatri) e che vede la completa somministrazione del cavallo, esclusivamente attraverso il suo movimento. Si parla, poi, di Riabilitazione Equestre quando sono previsti come elementi la “relazione con il cavallo” e “l’arte di guidarlo” (codice ricco di informazioni spazio-temporali); la Rieducazione Equestre e le attività cognitive in essa comprese che abbracciano, invece, l’area di intervento del tessuto sociale e di origine. Infine, troviamo, l’ Equitazione per Disabili (E.P.D.) che prevede l’inserimento dei soggetti con disabilità di vario genere, ma con un adeguato livello di autonomia, nel campo dell’agonismo. Si può, a questo punto, affermare che le aree di intervento della T.M.C. includono l’area sanitaria, l’area assistenziale socio-educativa, l’area cognitiva e l’area ludico-motoria e che può essere considerata come funzione stimolante per il miglioramento della disfunzione neuromotoria, psicomotoria-psicointellettiva, comportamentale-relazionale. E’ quindi necessario che il maneggio in cui si praticano attività di questo tipo debba disporre di un setting terapeutico adeguato (campo al coperto 20X40, cartelli con lettere e figure, strumenti per costruire percorsi etc..), cavalli adeguati e con caratteristiche oggettivamente misurabili (in relazione agli studi scientifici che l’ A.N.I.R.E. ha condotto negli anni e che siano in grado di determinare una risposta neuromotoria adeguata) nonché opportunamente addestrati per tale scopo e bardature specializzate. Partendo dal presupposto che esiste un’ affinità fra la tridimensionalità del passo del cavallo e dell’uomo, ciò che si osserva in un paziente posto sulla groppa di un cavallo, con un movimento sinusoidale che si svolge nei tre piani (frontale, orizzontale e sagittale), è un “adattamento” dello stesso attraverso un sistema di scambio di natura tonico-corporea. Inizialmente si parlerà di adattamento tonico in quanto il paziente a cavallo presenterà reazioni di equilibrio e raddrizzamento in risposta ai forti impulsi vestibolari e propriocettivi che provengono dal cavallo attraverso le variazioni di velocità, lunghezza e cadenza del passo, varie andature. In questa fase il paziente “riceve” dal cavallo. Si passerà poi a reazioni attive ed atti motori, sequenzialmente e temporalmente sempre più armonici e complessi, per giungere, infine, alla possibilità di “progettare” il movimento. Il Terapista in stretta collaborazione con l’operatore specialista del cavallo deve, quindi, essere in grado di somministrare stimoli, creare facilitazioni ed adattamenti che abbiamo funzione strutturante per il paziente stesso.
    Questi sono soltanto i principi base su cui il M.R.G.C.si basa, ma come si può ben dedurre, un’ approfondita conoscenza della biomeccanica e neurofisiologia del cavallo associata ad un’approfondita conoscenza della biomeccanica e neurofisiologia dell’uomo, nonché la conoscenza dei meccanismi di interazione fra i due, permette di spaziare fra un infinita mole di proposte riabilitative; infatti il cavallo può essere “somministrato” in diversi modi a seconda dell’obiettivo che si vuole raggiungere.
    A ciò va aggiunta, ovviamente, la forte valenza emotiva che questo essere vivente ha ed, a tal proposito, bisogna sottolineare come spesso il cavallo crei positività all’interno del setting terapeutico facilitando l’intero iter riabilitativo, aumentando la motivazione del paziente e facilitando allo stesso tempo il raggiungimento degli obiettivi prefissi. Queste fasi non vanno intese come consecutive l’una all’altra ma come settori del M.R.G.C. . Il cavallo ha dunque una forte valenza a livello terapeutico e riabilitativo ma non deve essere considerato come la panacea di tutti i mali. Tutto questo ci porta a concludere che, come in ogni intervento terapeutico , anche in questo settore, necessitano conoscenze adeguate e competenze specifiche. Ci riferiamo a metodologie e pratiche proprie di questo ambito il cui rigore applicativo è fondamentale in quanto, e sembra superfluo dirlo, chi si rivolge a noi lo fa per un bisogno di salute.

    Antonella Spitale
    Dottoressa Fisioterapista, membro Gruppo Studio e Ricerca ATC®

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